I gravi incidenti che stanno insanguinando il Tibet rappresentano la più alta sfida per la Cina e la comunità internazionale, a pochi mesi dall’inizio delle Olimpiadi di Pechino.
Gli scontri contrappongono monaci buddisti e civili alle forze di sicurezza cinesi a Lhasa e in altre zone ad altà densità tibetana. Esplicite iniziative di censura della stampa, estera in particolare, rendono difficile qualsiasi monitoraggio sulla situazione, accrescendo i timori del mondo.
Il Tibet è stato definitivamente occupato dall’esercito cinese nel 1950. Le proteste recentemente esplose coincidono con la commemorazione della repressione del 1959, quando la prima grande rivolta venne affogata nel sangue. Il Dalai Lama -guida spirituale e politica del buddismo tibetano- fu costretto a fuggire stabilendosi a Dharamsala, in India settentrionale, dove venne formato un governo in esilio.
Benchè non sia possibile una valutazione precisa, il numero delle vittime dell’occupazione cinese è stato stimato in un milione e ducentomila persone. Rapporti della Commissione Internazionale dei Giuristi parlarono di un vero e proprio genocidio.
Attualmente, migliaia di prigionieri politici e religiosi sono detenuti in campi di “rieducazione” e lavoro forzato, dove la tortura e le brutalità sono pratica comune, con innumerevoli violazioni dei diritti umani. Le donne vengono tuttora soggette a sterilizzazioni forzate e a procurati aborti attuati sotto carenti condizioni igieniche. Di contro, viene sempre più attuata l’immigrazione di coloni cinesi sul territorio tibetano, spesso con modalità discriminanti.
Più di seimila monasteri, templi ed edifici storici sono stati sinora razziati e rasi al suolo, e antichi capolavori ed opere d’arte sono stati distrutti o svendute. Nonostante una propagandistica “libertà religiosa”, in Tibet è proibito lo studio e l’insegnamento del Buddismo. Nel 1995, ad appena sei anni, il Panchen Lama, uno dei più importanti leader religiosi tibetani, venne tradotto in custodia preventiva dalle autorità cinesi, che al suo posto hanno designato un ragazzo cresciuto sotto l’ala del partito di stato.
Inoltre, si trova oggi in Tibet anche buona parte della capacità nucleare della Cina. Nelle locazioni delle basi missilistiche e delle miniere di uranio le gravissime conseguenze della contaminazione radioattiva minano selettivamente la popolazione, e distruggono l’ecosistema della regione in modo irreparabile.
Nonostante le risoluzioni dell’ONU e di altre istituzioni, nel tempo, i tentativi di comporre un compromesso tra le parti sono sempre risultati vani. Pechino prosegue la rigida negazione della questione tibetana, dichiarando proprio in queste ore l’intenzione di perseguire una ‘guerra di popolo contro la cricca separatista del Dalai Lama’.
Parole che hanno confermato le peggiori ipotesi dello stesso Gyatso, il quale, dal canto suo, non ha mai accettato la definizione di “capo separatista”, affermando di non aspirare all’indipendenza del Tibet, ma piuttosto ad una sua maggiore autonomia entro la Repubblica Popolare Cinese, sulla base della proposta del ‘Piano di Pace in Cinque Punti’.
Cosa fare dunque? In questa occasione, la comunità internazionale ha levato più che mai la sua voce, pur evidenziando soprattutto un ritardo nel confrontarsi con la questione, ed assumendo, come in Birmania, un approccio improntato alla moderazione ed alla massima cautela.
Tra le parti in causa, l’India, impegnata tra dispute di confine e caute aperture con la Cina, ha sottoscritto la reazione globale, ma allo stesso tempo ha, come sempre, severamente bloccato le manifestazioni non autorizzate dei rifugiati tibetani.
Gli Stati Uniti, aldilà delle doverose dichiarazioni di circostanza, in realtà confidano fortemente sui capitali della crescente economia cinese: c’è dunque da attendersi che, almeno a breve termine, la posizione di Washington non offrirà particolari sorprese.
L’Unione Europea ha prodotto una dichiarazione dei suoi 27 ministri degli esteri che condanna gli eventi, chiede la fine delle violenze ed un trattamento in conformità con gli standard internazionali per gli arrestati, richiamando alla trasparenza dell’informazione ed al libero accesso della stampa nella regione.
Infine, l’ipotesi del boicottaggio olimpico, amplificato dall’eco di sempre più dure contestazioni alla Fiamma Olimpica, ha suscitato reazioni controverse, ma lo stesso Dalai Lama si è pronunciato sfavorevolmente in tal senso, sostenendo semmai che il popolo cinese merita le Olimpiadi.
Si tratta quindi di una questione complessa, con una soluzione non certo a portata di mano, nonostante la gravità degli eventi.
Questo blog condivide la posizione del Governo Italiano, sottoscrivendo idealmente l’appello trasmesso dal Dalai Lama, e chiede l’immediata fine delle crudeltà perpetrate verso il popolo tibetano.
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